Medicina come responsabilità pubblica: dal riconoscimento del Comitato Leone d’Oro ai ponti sanitari nel Mediterraneo
Una giornata, due luoghi e un unico filo conduttore: la medicina come responsabilità pubblica.
Lunedì 28 settembre, al Consiglio regionale del Lazio, ho ricevuto il Riconoscimento al Merito del Comitato del Leone d’Oro di Venezia. La motivazione richiama l’impegno nel diffondere nella collettività e tra i giovani il valore della cultura e l’importanza della cooperazione tra le principali agenzie educative, Scuola e Famiglia.
Un riconoscimento che accolgo con gratitudine e che, per me, assume un significato ancora più particolare se accostato a ciò che è avvenuto poche ore dopo.
Dal riconoscimento al confronto sul futuro della sanità
Nel pomeriggio sono intervenuto al congresso «Roma incontra il futuro» con una relazione dedicata a «Europa e Mediterraneo: costruire ponti sanitari invece di muri umani».
Ho scelto di affrontare un tema che considero strategico per il futuro della sanità: la necessità di guardare al Mediterraneo non come a un insieme di confini nazionali separati, ma come a uno spazio nel quale persone, merci, animali e agenti infettivi si muovono continuamente.
Il punto da cui partire è semplice: le malattie non riconoscono i confini amministrativi. Un controllo di frontiera non può individuare un’infezione ancora in incubazione e le persone rappresentano soltanto uno dei possibili vettori. È il motivo per cui la sorveglianza epidemiologica deve essere costruita sulla capacità di condividere rapidamente informazioni e competenze, non soltanto sul controllo dei confini.
Il Mediterraneo come unico bacino epidemiologico
Nel mio intervento ho sostenuto la necessità di considerare il Mediterraneo come un unico bacino epidemiologico, a sua volta interconnesso con il resto del mondo.
Le esperienze degli ultimi anni hanno mostrato quanto rapidamente un rischio sanitario possa superare i confini di un singolo Paese. Per questo la risposta non può essere esclusivamente nazionale e non può essere costruita soltanto quando l’emergenza è già iniziata.
La cooperazione sanitaria, in questa prospettiva, non è semplicemente un capitolo umanitario. È anche uno strumento di politica estera e di sicurezza sanitaria, perché creare sistemi capaci di comunicare, riconoscere precocemente un rischio e intervenire in maniera coordinata significa proteggere tutte le popolazioni coinvolte.
Costruire reti sanitarie prima delle emergenze
Uno dei punti centrali della mia relazione è stato il concetto di rete.
Prima ancora di immaginare una struttura mediterranea, ritengo necessario consolidare una rete italiana organizzata secondo un modello hub and spoke: un centro di riferimento nazionale e centri collegati nelle Regioni, con protocolli comuni, formazione congiunta e un canale diretto per i sospetti diagnostici. La proposta illustrata prevede l’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma come capofila e una rete di 21 centri tra capoluoghi regionali e Province autonome.
La stessa logica può essere estesa al Mediterraneo attraverso una rete internazionale capace di collegare strutture sanitarie, laboratori, servizi veterinari, porti e aeroporti delle diverse sponde.
La difesa non è la barriera. È la rete.
Sorveglianza epidemiologica, maxiemergenze e telemedicina
Gli strumenti necessari, in parte, esistono già. Reti di sorveglianza, formazione comune nella gestione delle maxiemergenze e telemedicina possono consentire ai diversi sistemi sanitari di condividere informazioni, competenze e capacità operative.
Il problema è la continuità.
Troppo spesso questi strumenti entrano nell’agenda quando arriva un’emergenza e ne escono quando termina il finanziamento. Una rete sanitaria realmente efficace, invece, deve essere costruita prima, esercitata nel tempo e mantenuta attiva anche quando apparentemente non serve.
Nel mio intervento ho indicato tre condizioni organizzative: adottare un formato comune per la condivisione delle informazioni, ridurre al minimo il tempo tra osservazione e notifica e fare in modo che segnalare un possibile rischio non comporti conseguenze tali da incentivare il silenzio (per esempio un lungo fermo nave che un armatore cerca di evitare se deve accollarsene totalmente il costo).
La cooperazione sanitaria come politica di prevenzione
La questione riguarda quindi anche il modo in cui intendiamo la prevenzione.
Costruire ponti sanitari tra Europa e Mediterraneo non significa soltanto intervenire in favore di altri Paesi. Significa creare un sistema più efficace per proteggere anche noi stessi.
Un agente infettivo può attraversare un confine prima ancora che la malattia sia riconoscibile. In questo scenario, isolarsi non equivale necessariamente a proteggersi: ciò che diventa determinante è la velocità con cui un’informazione viene individuata, verificata e condivisa.
Per questo ritengo che la cooperazione sanitaria debba diventare una componente stabile delle relazioni tra i Paesi mediterranei e non una risposta temporanea alle singole crisi.
Una giornata, lo stesso filo: la medicina come responsabilità pubblica
Ripensando ai due momenti della giornata, il riconoscimento ricevuto al Consiglio regionale del Lazio e il successivo confronto sul futuro della cooperazione sanitaria possono apparire esperienze molto diverse.
Per me sono invece unite dallo stesso principio.
La medicina non termina nella relazione tra medico e paziente. Significa anche formazione, cultura, prevenzione, organizzazione e responsabilità verso la collettività.
Ricevere un riconoscimento per l’impegno nella diffusione della cultura e, poche ore dopo, discutere della necessità di costruire reti sanitarie capaci di superare i confini ha reso questo legame ancora più evidente.
Una sola giornata, due luoghi, lo stesso filo: la medicina come responsabilità pubblica.